Mélissa Harnais
Sull'accoglienza, e su ciò che il corpo sa fare

Mélissa insegna in un piccolo studio in Svizzera: pareti bianche, qualche disegno a tratto, piante alla finestra, legno sotto i piedi. Francese, con base a Nyon, insegna da anni, e la prima cosa che costruisce in ogni sala è la sensazione di poter stare lì esattamente come si è arrivati. È mamma di due bambini, Milo e Nola, e accanto ai corsi per adulti tiene una lezione per bambini, con le carte delle posizioni sparse sul pavimento: la rana, la tartaruga, la farfalla.
Sulla sala
Lo spazio fa parte del lavoro prima che lei dica qualcosa. Lo tiene semplice e morbido di proposito: luce delicata, spazio per respirare, niente che si metta in mostra. Vuole che una persona entri e si senta abbastanza al sicuro da posare qualcosa.
Su una sessione
Ascolta prima di insegnare. Dove si trova una persona quel giorno, cosa ha e cosa no, dà forma alla lezione, non il contrario. «Non c'è mai nessuna aspettativa di prestazione», dice. Ciò che dopo tutti questi anni la appassiona ancora è quanto spesso il corpo superi la persona che lo abita, facendo qualcosa che lei aveva già deciso di non saper fare. La costanza, per lei, non è disciplina. Pochi minuti sinceri contano, e la pratica si adatta alla settimana che stai vivendo.
Sui suoi ritiri
Organizza piccoli ritiri costruiti sulla stessa idea: giornate più lente, luce naturale, silenzio, un luogo che permetta alle persone di posarsi. Tempo per muoversi, tempo per riposare, tempo per non fare nulla, con abbastanza spazio perché ognuno vada al proprio ritmo.
Cosa portano a casa le persone
Non ti dirà cosa proverai. Quello che nota è che le persone ripartono più leggere, e un po' più gentili con il proprio corpo di quando sono arrivate. Quando le si chiede cosa tiene sempre vicino quando si muove, non nomina un attrezzo. «Il mio respiro.»
Dice l'accoglienza in modo semplice, cosa rara: «non c'è bisogno di essere “pronti” o “abbastanza bravi” per partecipare.»
Segui il suo lavoro su Instagram: @metiyoga.